Il cuore come misura del tempo

L’invenzione del pendolo determina una svolta nel plurimillenario tentativo di migliorare la misura del tempo.
Per secoli, millenni, anzi a memoria d’uomo, da sempre, la misura di grandi quantità di tempo era stata affidata a quantità sempre crescenti di qualcosa: ad esempio la sabbia nelle clessidre.
Eppure bastava legare una pietra a uno spago, fissarne un estremo a un asse di legno e spingere la pietra.Santa Maria degli Angeli, Roma - Pendolo di Galieo GalileiDa ragazzo, a Pisa, Galilei aveva notato che le oscillazioni dei lampadari nella Cattedrale obbedivano a una incredibile regolarità. E fu infatti uno dei suoi primi lavori quello di costruire un pendolo.
Variando la lunghezza dello spago, Galilei poté costruire un pendolo che batteva come il suo cuore. Se leghiamo un sasso a uno spago lungo un metro e gli diamo un movimento a pendolo, troviamo che il sasso impiega un secondo per andare da un capo all’altro. Ecco perché si dice “batte il secondo”.

Santa Maria degli Angeli, Roma - Ingresso sagrestia, statua di Galieo GalileiGalilei scoprì che, a parità di peso e lunghezza, l’oscillazione dura la stessa quantità di tempo, anche se si usano ampiezze diverse. Ed è così che partendo dal battito del suo cuore – cuore come misura del tempo – Galilei apre all’umanità gli orizzonti nuovi che dovevano portarla ai miliardesimi di secondo.

Santa Maria degli Angeli, Roma - Ingresso sagrestia

Basilica di Santa Maria degli Angeli, Roma

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Linda, la nonna (quanto è bello ‘sto nome?)

“I romani veri non dicono ‘aho’. I “burini” quelli sì, ma i romani quelli veri invece no”. La madre lo disse a Piccola S. anni e anni fa. Piccola S. ha sempre creduto alla madre. Lo fa ancora in effetti. Spesse volte crede anche al padre (ma non è detto sia necessariamente così).
Piccola S., Linda e Nonno M.Resta che la mamma di Piccola S. si spostò a Montagnola solo da quasi-ragazzina, ma era da vicino al Ghetto che veniva. Pure Linda, la nonna (e quanto è potentemente bello ‘sto nome?) veniva da lì, con una mamma a sua volta di origine Trasteverina. Il papà di Piccola S., invece, è a San Lorenzo che è nato e cresciuto – il quartiere dei ferrovieri, quello di ancora quasi borgata del poco-dopo-guerra anni ’50 (del Novecento, se uno deve specificare). A San Lorenzo la gente era diversa, poveri molti, ancora a raccattare ceneri e macerie dopo le bombe che cantò pure De Gregori. Anche il dialetto era diverso – Piccola S. ricorda bene le querelles fra madre e padre su come una certa cosa si dice in romanesco vero (è così! – No! Voi a San Lorenzo dicevate così. Noi in centro invece dicevamo coli’!).
Nessuno dei genitori disse o dice mai “Aho”. Dai nonni nemmeno Piccola S. ricorda di averlo mai sentito dire. Tantomeno dagli zii e parentame. Dev’essere evidente, dunque, che “aho” i romani veri non lo dicono (i burini, invece, ecco loro forse sì).
(E’ una cosa importante da dire e rilevare. Ne va dell’immagine dei romani di Roma Vs. quelli che invece no. Ne va della nostra immagine di noi. E pure della storia della lingua dialettale, ché Piccola S. ha dovuto aspettare PPP per cominciare a capire, e a realizzare di non sapere).Piccola S. e la nonna che cuciva

Il papà di Piccola S. era ciccottino da bambino. Dispettoso, portava i calzoncini come tutti i regazzini sanlorenzini. E quando a tavola, a Natale magari, rubava dolci e mandaranci e li metteva nelle tasche, quelle (piene!) sporgevano colpevoli e buffe dal bordo dei pantaloni rivelando il bottino, e non lasciando possibilità alcuna di sgridare il cicciotto Mariu’.
Il papà non è manco mai stato alto: racconta (buffetto) di aver superato il metroessettanta solo quand’era già a militare. Lui però dice pure – e Piccola S. non ha mai avuto difficoltà a crederlo, chissà perché – che nessuno lo offendeva o perculava. “Io me facevo’ rispetta’” forse una volta il padre le spiegò.
Piccola S. c’ha sempre creduto, chissà (di nuovo) perché.
Il papà aveva amici buffi, strani, alcuni manco raccomandabili a dirla tutta. Lui vendeva maglioni stirati (e tirati) a Porta Portese, e pure faceva il sapone d’estate per arrotondare. Andava e messa e giocava a tira’ ‘e monetine contro er muro. Pe’ vede’ chi ‘e faceva rimbarzà più lontane. E quindi chi vinceva.
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Scorcio (Cervelletta)

Roma è bella che commuove.
Roma, Amor, è bella che fa male al cuore.

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Casale della Cervelletta – Roma


“Scorcio”, poi, è una superba parola…

Un oggetto si pone di scorcio davanti al nostro occhio, quando i suoi elementi, anziché su un piano parallelo o normale a quello del nostro sguardo, siano disposti obliquamente, sì che alcuni si avvicinino ed altri si allontanino nello spazio, aggruppandosi e coprendosi in parte. La rappresentazione d’una figura che si presenti in tal modo esprimerà questo aggrupparsi e allontanarsi nello spazio delle sue parti, in modo che, pur rimanendo talune di queste celate e altre raccorciate, la figura conservi in tale complessa molteplicità l’unità, la coerenza fondamentale del suo agire e del suo essere. Dato che un perfetto prospetto o profilo si effettuano solo in rari casi, si può dire che la maggior parte delle figure e dei corpi sono da noi percepiti obliquamente o di scorcio; pertanto questo è modo frequentissimo e normale del nostro apprendimento. Continue reading

(F)Art

mauro-cuppone-fart-maam-roma-a1“l’objet d’art, par définition, est le crocodile empaillé” / …and this is art with a capital F / “le pet est à l’origine du souffle” said jarry / the end of ideologies left only a big stink / “hollywood is an hyperrealistic misunderstanding” screamed tarzan / …or was it baudrillard? / a star would rather shine than be part of the star system

(Mauro Cuppone, Fart (2013) – MAAM-Museo dell’Altro e dell’Altrove, Roma)

(Artitribune, Intervista a Giorgio de Finis… Per sapere di più sul MAAM-Museo dell’Altro e dell’Altrove di Roma)

“Proust è il mio scrittore preferito, e anche Ammaniti”

La verità è che “La Grande Bellezza” fa paura. Dicono: Un film vuoto, dove sono messaggi e contenuti, non ti fa chiedere perché e come, non aspetti il finale, è lento, è catastrofico, Roma non è così, la Roma bene non è così, il Vaticano non è così, Servillo bravo attore ma il suo personaggio e Sorrentino sono la stessa (fatua) persona, veicolano un’immagine sbagliata e fuorviante, macchiettistica e iper-stereotipata dell’Italia all’estero.
Balle.
Pure.
Roma. Chi è nato a Roma? Chi è che l’ha abbandonata per troppo amore? Per dover smettere di vederla affogare?
E la “Roma bene”. Chi la conosce (la evita?) davvero? Chi ha visto i party di coca e botox? Chi le feste con le donne sempre belle e semi-nude, i coltelli tenuti pronti nel bagno per tagliare la neve quando serve, gli occhi impallati, l’umore troppo elevato per essere così high in modo naturale? Le mani melliflue di uomini ricchi scivolanti sui fianchi e le spalle delle donne ferme? La musica kitsch e il kitsch puro? I potenti che giocano con (le palle de)i non potenti, che aspirano a diventare potenti menefreghisti a loro volta?
Roma scempiata. Il contrasto che leva il fiato fra le vestigia di ciò che (forse) fu e la feccia di ciò che è?
La Grande Bellezza - party Continue reading