Lettera superficiale alla sedicenne me

A volte vorrei tornare indietro nel tempo, o affacciarmi dallo specchio dietro alla porta nella mia cameretta romana, e dire alla me stessa sedicenne di non preoccuparsi.
La rassicurerei dandole una carezza, e le sussurrerei che sarà tutto un gran casino, avoja se lo sarà, ma le cose andranno – e anche più o meno bene.

Untitled 1975-80 Francesca Woodman 1958-1981 ARTIST ROOMS Acquired jointly with the National Galleries of Scotland through The d'Offay Donation with assistance from the National Heritage Memorial Fund and the Art Fund 2008 http://www.tate.org.uk/art/work/AR00347Che sarà carina, molto, e che anzi lo è già. Anche se non lo sa e si vede come un obbrobrio infagottato di goffaggine ma che invece non è così. E in un futuro prossimo lo sarà ancora meno.

Che diventerà femminile e femmina, a volte anche troppo.

Che ci saranno uomini che si innamoreranno di lei, che la corteggeranno, che la vorranno sposare o averla per sé. O che la vorranno solo scopare – non farci sesso o portarla a letto, proprio scopare, che è importante come differenza.
Che indosserà vestiti a volte succinti e abiti con scollature, e che a volte lo farà persino con disinvoltura. Che arriverà addirittura a piacersi di tanto in tanto, e per periodi più o meno lunghi di tempo.

Che sarà vegetariana e sarà contenta di esserlo senza rompere le palle a nessuno a riguardo.

Che sarà opinionated ed intelligente senza paura e ne farà un punto a suo favore. Avrà amici stupendi, letteralmente da tutti i continenti, vivrà e lavorerà a Londra e tingerà i capelli a piacimento. Si farà la sopracciglia, avrà la pelle liscia e sempre tanti néi, anzi ancora di più, ma che sorprendentemente smetteranno quasi sempre di essere un problema (perché saprà di essere carina ugualmente).

Non le direi che le mancheranno sempre tanto, troppo i suoi genitori, mamma&papà lontani, e che dovrà combattere tante, troppe battaglie e delusioni, quello no. Non le parlerei attraverso lo specchio per spaventarla ma per rassicurarla e dirle che andrà tutto okay.

Untitled 1975-80 by Francesca Woodman 1958-1981
E anche se ora che ha sedici anni e quel cojone di Martinuzzi non riconosce quanto sia già bella e speciale, e quel professore di filosofia le fa vedere i sorci verdi, e tutto sembra un grosso buco nero, e lei si vergogna di girare per i corridoi a scuola e porta sempre una felpona legata intorno alla vita per nascondere fianchi e culo perché “io non ho un bel sedere”, ecco le direi che tutto questo un giorno non conterà più. E lei porterà tacchi e rossetto rosso e smalto, e parlerà in inglese tutt’altro che stentato davanti a chiunque, e andrà a feste strane, vedrà facce nuove, sentirà cose inaudite e impensate e manterrà sempre quel super sorriso.
Anche se a volte sarà triste e ombrato, o nasconderà onde alte sotto la superficie piatta, quel sorriso ci sarà sempre e spesse volte le spianerà la via.

E lei si definirà colorata nei colloqui di lavoro, spiegando che tutto è tranne che una persona piatta o che passa inosservata.
Perché non lo è. E non lo è mai stata e non cercherebbe di esserlo mai più.

Le direi tutto questo e molto di più. Anzi invece no, mi fermerei qui. Per lasciarle la sorpresa e perché prepararla non servirebbe, se non forse a cambiarla. E Piccola-S.-da-grande non vuole più poi tanto cambiare. Tutto il successo e il successivo hanno fatto questo di Piccola-S-sedicenne: colorata e lo sa, “un miracolo col rossetto rosso” (dice l’amica con la A.) e che quasi sempre cammina a testa alta, sorride e, nonostante i difetti, ogni tanto si ama persino un po’.

Vai tranquilla piccolina. Non sei (già) niente male. E in un futuro quasi prossimo andrà tutto, in qualche modo, bene.

(Ti voglio bene – S.)

Untitled 1975-80 by Francesca Woodman 1958-1981

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Guerra e fate

“La verità vera è che Piccola S. ha perso gli strati.”
S. ha scritto così poco tempo fa.
S. che parla della Piccola S., incantanta dal mondo e che lo divora a morsi giorno dopo giorno, e che ora non c’è più.
S. che non ha neppure paura, perché sente di non avere posto neanche per quella.

La guerra – e se tutto questo casino di presunti religiosi invasati e governi che usano scuse più o meno segrete per controllare quello che controllare non sembrano, portasse davvero alla guerra? La guerra quella vera, del cibo che non c’è, del buio costante, delle bombe nel metrò sempre, e del coprifuoco tutte le sere. Che ne sarebbe della musica e delle foto? E dei concerti e dell’arte e delle mostre? E del vino buono e delle serate passate e casa a cucinare per…?
La guerra come quella della ex Yugoslavia, quella che Piccola S. guardò atterrita in tivvù quando era davvero bambina, riconoscendo fra i volti spauriti di bimbi e madri senza casa le stesse facce e gli stessi colori che avrebbero potuto esser volti della sua scuola. O del suo quartiere. Quello la spaventò tanto di quella guerra allora: la vicinanza e la similitudine con ciò che conosceva. L’“a portata di mano” che tanto pietrificava. Non era guerra africana al di là del continente e del mare, non c’erano volti dai colori scuri che Piccosa S., cresciuta in una Roma in cui lo scuro di pelle ancora quasi non c’era, non sentiva familiari e vicini.
E se quella guerra arrivasse davvero? Che ne sarebbe di S. e della sua vita? E dei suoi sogni (se ce ne son rimasti ancora) e della sua in qualche modo rassicurante routine?

buioLa guerra cancellerebbe via gli strati, anche quei pochi rimasti. Le libertà andrebbero via tutte, che ovvio non può esserci libertà in guerra ma solo rigore e disciplina (per controllare la paura). Non ci sarebbero candeline per i compleanni, o torte neppure. Niente cuscini per i letti, ne belle lenzuola profumate con le api e i fiori disegnati insieme. Niente coccole o niente pizza o risotto alla zucca. Niente viaggi ne passaporti Europei che aprono la via.

La guerra porterebbe via tutto.
S. ha paura che la guerra possa accadere.
Il che è buono, in un senso: mostra che S. ancora ha qualcosa da temere.

Lei ha paura per la madre e il padre. E per il fratello-amico, ovvio, pure.
Per gli amici, oddio, per loro lei teme sempre.
S., stranamente, non ha paura di morire.
S., come sempre, è la morte altrui che teme.
E quella dell’anima pure, sì.
La morte dell’anima che ti lascia solo guscio vuoto senza occhi per guardare, ma solo due buchi in faccia per vedere. Quella di cui parla Levi, per capirci.
La morte della vita, e la vita della sopravvivenza nuda e scheletrica.
La morte dell’entusiasmo e dell’appetito per il mondo.

S., tornando egoisticamente a sé, sente ‘sto periodo che un pezzo di lei è morto. O spento, comatoso, almeno.
La Madre con la S. le domanda se quegli strati che ha perso potrebbero ritornare. “Forse – dice lei – ma ora sono stanca. Mi devo riposare”.

Sono stati gli anni di F. a frantumarla, sì. E la fuga da lui che è servita a tanto, inclusa a portarla a Londra, ad appesantirla.
E gli anni con D. pure, a stralciarla. D. che non poteva essere l’uomo fra loro due, perché era una mamma che voleva, e allora S. ha portato troppi pantaloni per entrambi – senza godere mai dei vantaggi che l’essere uomo ha.
I infine mesi di E. ad annichilirla.
Tanto, troppo, al punto che ora il nuovo F. non sembra neppure abbastanza. Lui che non ha paura di mostrare le proprie debolezze e di dirle a lei, non per buttargliele in faccia e schiacciarla, ma per affrontarle insieme – debolezze loro, roba di coppia, da affrontare assieme, e lasciarsi alle spalle in due.
F. ha paura di morire. S. ha paura della morte altrui. S. è sempre più o meno malata. F. ha le crisi vacali psicologiche a sentir parlare di malattie.
S. che non ce la fa a fare l’uomo un’altra volta ancora. F. che non ha paura ad ammettere che uomo h24 non può esserlo davvero.

S. poi col lavoro e pure lì coi sogni che non si avverano.
S. che ora sta considerando l’opzione “torno a casa” – che “casa” non sarebbe certo Milano, ma quantomeno sarebbe tutto più vicino.
S. che non sa più la sua “Piccola” dove sta. Pare si sia nascosta molto bene in un angolo scuro che nessuno sa dove sia.
S. alle favole non ci crede più. E neppure al fine lieto, ovvio.

Le fate invece, quelle per qualche ragione, non le ha abbandonate.
Fate bianche e delicate che tieni leggere in una mano. Silenziose si posano sul tuo palmo, candide di neve estiva non emettono suono ne proferiscono parola. Hanno un corpo sottile, e lunghe ali eteree (non trasparenti, ma fatte di bianca organza).
Fate di montagna, sono (chissà se quelle di mare esistono anche loro?)

fairy lightsS. alle favole non ci crede, ma alle fate, a loro sì. Perché da piccola S., quando era Picciola Picciola davvero, lei ne ha tenuta una in mano. Quindi S. che ha ora perso gli strati, sa pure bene che quella fata era bianca e decisamente vera.

Quindi sì, meno strati e niente lieto fine.
Ma le fate e le ali bianche nella memoria, quelle S. ancora non le abbandona.

Linda, la nonna (quanto è bello ‘sto nome?)

“I romani veri non dicono ‘aho’. I “burini” quelli sì, ma i romani quelli veri invece no”. La madre lo disse a Piccola S. anni e anni fa. Piccola S. ha sempre creduto alla madre. Lo fa ancora in effetti. Spesse volte crede anche al padre (ma non è detto sia necessariamente così).
Piccola S., Linda e Nonno M.Resta che la mamma di Piccola S. si spostò a Montagnola solo da quasi-ragazzina, ma era da vicino al Ghetto che veniva. Pure Linda, la nonna (e quanto è potentemente bello ‘sto nome?) veniva da lì, con una mamma a sua volta di origine Trasteverina. Il papà di Piccola S., invece, è a San Lorenzo che è nato e cresciuto – il quartiere dei ferrovieri, quello di ancora quasi borgata del poco-dopo-guerra anni ’50 (del Novecento, se uno deve specificare). A San Lorenzo la gente era diversa, poveri molti, ancora a raccattare ceneri e macerie dopo le bombe che cantò pure De Gregori. Anche il dialetto era diverso – Piccola S. ricorda bene le querelles fra madre e padre su come una certa cosa si dice in romanesco vero (è così! – No! Voi a San Lorenzo dicevate così. Noi in centro invece dicevamo coli’!).
Nessuno dei genitori disse o dice mai “Aho”. Dai nonni nemmeno Piccola S. ricorda di averlo mai sentito dire. Tantomeno dagli zii e parentame. Dev’essere evidente, dunque, che “aho” i romani veri non lo dicono (i burini, invece, ecco loro forse sì).
(E’ una cosa importante da dire e rilevare. Ne va dell’immagine dei romani di Roma Vs. quelli che invece no. Ne va della nostra immagine di noi. E pure della storia della lingua dialettale, ché Piccola S. ha dovuto aspettare PPP per cominciare a capire, e a realizzare di non sapere).Piccola S. e la nonna che cuciva

Il papà di Piccola S. era ciccottino da bambino. Dispettoso, portava i calzoncini come tutti i regazzini sanlorenzini. E quando a tavola, a Natale magari, rubava dolci e mandaranci e li metteva nelle tasche, quelle (piene!) sporgevano colpevoli e buffe dal bordo dei pantaloni rivelando il bottino, e non lasciando possibilità alcuna di sgridare il cicciotto Mariu’.
Il papà non è manco mai stato alto: racconta (buffetto) di aver superato il metroessettanta solo quand’era già a militare. Lui però dice pure – e Piccola S. non ha mai avuto difficoltà a crederlo, chissà perché – che nessuno lo offendeva o perculava. “Io me facevo’ rispetta’” forse una volta il padre le spiegò.
Piccola S. c’ha sempre creduto, chissà (di nuovo) perché.
Il papà aveva amici buffi, strani, alcuni manco raccomandabili a dirla tutta. Lui vendeva maglioni stirati (e tirati) a Porta Portese, e pure faceva il sapone d’estate per arrotondare. Andava e messa e giocava a tira’ ‘e monetine contro er muro. Pe’ vede’ chi ‘e faceva rimbarzà più lontane. E quindi chi vinceva.
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