Pop drama & i colori

“Lo vedi quer palazzo lì? ‘O vedi l’ultimo piano?
Ecco quello prima nun c’era…”.

Racconta la nonna di quando Roma aveva un piano in meno (ma anche due o tre).
Tetti e palazzi più bassi, prima che il Buce (per citare Gadda) li facesse rialzare per dar spazio alla prole dell’ardita Italia fasista.
Si distingue ancora la demarcazione tra il prima e il dopo, a ben guardare. Uno stucco, un altro stile o una diversa finestra.
E Roma s’alzò ancora, fanciulla viziata (e viziosa) si mise in punta di piedi e, come fossero un abito vecchio, lasciò le macerie del ricco passato in uno sgabuzzino.
Bionda come il Tevere e riccia dei suoi capricci, Roma figlia d’Aida ha troppo da ricordare e allora cancella.
Ma per fortuna c’è la nonna!

Lei si ricorda ancora. E racconta…
Dice di quel piano in più e di come a Pasqua con i vicini s’impastassero i dolci tutti insieme. E insieme pure li si cucinava, ma nel forno del fornaio – “ché mica tutti c’aveveno il forno a casa come oggi, che te credi?”
Poi racconta della mamma e del fratello, lo zio della nonna. Storia d’altri tempi (vestito da non lasciare nel dimenticatoio). Di come la nonna-bis fosse stata adottata, guadagnando così due genitori e un fratello (una gran bella equazione).
Di come un giorno quest’ultimo, sposo fedele e padre amorevole, fosse partito per la guerra, a portare il vessillo fasista nell’Africa nera per conquistare il neo romano impero.
E dell’altro giorno, quello in cui è tornato, ritrovando bimba e moglie, ma con un figlio di troppo tra le gonne – venuto dallo Spirito Santo o da qualche spiritaccio che tanto santo non era.

Poi, dice la nonna, quello stesso zio non sopportò il disonore. E scelse di nuovo l’Africa (e il buco nero di un cannone).
“Ecco lo vedi quer palazzo? ‘O vedi l’ultimo piano, quello che prima nun c’era?”.
Da lì la figlia dello zio, si buttò.
Del padre aveva occhi, capelli e coraggio – ché ce ne vuole per gettarsi a neppure vent’anni giù da un balcone.
Prese fiato, si sporse troppo dall’ultimo piano
e saltò.
“Era proprio ‘na bella ragazza, c’ho ancora la foto ner cassetto…”.

Salto di danza


Neri gli occhi, il Continente e pure la giubba del papà.
La memoria della nonna, invece, è tutta a colori,
grigio-argento i suoi capelli
e ocra il palazzo col piano in più.
Verdi le veneziane e bianco-travertino
i davanzali chiari sul rosso dei balconi.

Mica come i film

Racconta la nonna di quando era giovane.
Dice:
a lei non piaceva andare a ballare. “So’ sempre stata una tipa tranquilla, io”. Tutta casa e lavoro, mani da sartina della Roma (all’epoca) di periferia.
A lei però
piaceva il teatro.
Quello antico, del varietà che non c’è più (e se il Bagaglino dovrebbe imitarlo ancora, puff! povero genitore che si rivolta nella tomba!)
Alla nonna piaceva il teatro, “l’Ambra Jovinelli, quello qua dietro”.
Certo, lei andava lì.
Il teatro, dice la nonna,
quello ti fa sentire viva.
A lei piacciono le cose che la fanno sentire così, che vibrano e la fan vibrare.
“I film, quelli so’ finti, te fregano”. Ché se uno sbaglia, poi la scena si taglia, via, copia e incolla e l’errore (umana condizione) non c’è più.
Il teatro, invece. “Sì, magari anche lì è tutto deciso, però se uno sbaglia… lo vedi”.
L’errore umano, l’umana condizione, è davanti a te, nudo e crudo, puro e incorrotto davanti agli occhi più o meno divertiti dello spettatore. Carne da macello e ferita in mostra, osso profondo, muscolo vero e linfa essenziale della messinscena live.
“Si uno sbaglia, lo vedi… so’ veri”. Come il calcio o lo sport in tv. Vedi, quasi-tocchi e odori: rabbia e fatica, strappi e dolori. La vita passa attraverso tubo catodico et similia, antenna o digitale, e arriva dritta alla pelle, penetra il cuore.
Alla nonna piace pure quello: lo sport in tv.
Per la stessa ragione: “me fa sentì viva!”.
Mica come i film (quelli, te fregano).