Guerra e fate

“La verità vera è che Piccola S. ha perso gli strati.”
S. ha scritto così poco tempo fa.
S. che parla della Piccola S., incantanta dal mondo e che lo divora a morsi giorno dopo giorno, e che ora non c’è più.
S. che non ha neppure paura, perché sente di non avere posto neanche per quella.

La guerra – e se tutto questo casino di presunti religiosi invasati e governi che usano scuse più o meno segrete per controllare quello che controllare non sembrano, portasse davvero alla guerra? La guerra quella vera, del cibo che non c’è, del buio costante, delle bombe nel metrò sempre, e del coprifuoco tutte le sere. Che ne sarebbe della musica e delle foto? E dei concerti e dell’arte e delle mostre? E del vino buono e delle serate passate e casa a cucinare per…?
La guerra come quella della ex Yugoslavia, quella che Piccola S. guardò atterrita in tivvù quando era davvero bambina, riconoscendo fra i volti spauriti di bimbi e madri senza casa le stesse facce e gli stessi colori che avrebbero potuto esser volti della sua scuola. O del suo quartiere. Quello la spaventò tanto di quella guerra allora: la vicinanza e la similitudine con ciò che conosceva. L’“a portata di mano” che tanto pietrificava. Non era guerra africana al di là del continente e del mare, non c’erano volti dai colori scuri che Piccosa S., cresciuta in una Roma in cui lo scuro di pelle ancora quasi non c’era, non sentiva familiari e vicini.
E se quella guerra arrivasse davvero? Che ne sarebbe di S. e della sua vita? E dei suoi sogni (se ce ne son rimasti ancora) e della sua in qualche modo rassicurante routine?

buioLa guerra cancellerebbe via gli strati, anche quei pochi rimasti. Le libertà andrebbero via tutte, che ovvio non può esserci libertà in guerra ma solo rigore e disciplina (per controllare la paura). Non ci sarebbero candeline per i compleanni, o torte neppure. Niente cuscini per i letti, ne belle lenzuola profumate con le api e i fiori disegnati insieme. Niente coccole o niente pizza o risotto alla zucca. Niente viaggi ne passaporti Europei che aprono la via.

La guerra porterebbe via tutto.
S. ha paura che la guerra possa accadere.
Il che è buono, in un senso: mostra che S. ancora ha qualcosa da temere.

Lei ha paura per la madre e il padre. E per il fratello-amico, ovvio, pure.
Per gli amici, oddio, per loro lei teme sempre.
S., stranamente, non ha paura di morire.
S., come sempre, è la morte altrui che teme.
E quella dell’anima pure, sì.
La morte dell’anima che ti lascia solo guscio vuoto senza occhi per guardare, ma solo due buchi in faccia per vedere. Quella di cui parla Levi, per capirci.
La morte della vita, e la vita della sopravvivenza nuda e scheletrica.
La morte dell’entusiasmo e dell’appetito per il mondo.

S., tornando egoisticamente a sé, sente ‘sto periodo che un pezzo di lei è morto. O spento, comatoso, almeno.
La Madre con la S. le domanda se quegli strati che ha perso potrebbero ritornare. “Forse – dice lei – ma ora sono stanca. Mi devo riposare”.

Sono stati gli anni di F. a frantumarla, sì. E la fuga da lui che è servita a tanto, inclusa a portarla a Londra, ad appesantirla.
E gli anni con D. pure, a stralciarla. D. che non poteva essere l’uomo fra loro due, perché era una mamma che voleva, e allora S. ha portato troppi pantaloni per entrambi – senza godere mai dei vantaggi che l’essere uomo ha.
I infine mesi di E. ad annichilirla.
Tanto, troppo, al punto che ora il nuovo F. non sembra neppure abbastanza. Lui che non ha paura di mostrare le proprie debolezze e di dirle a lei, non per buttargliele in faccia e schiacciarla, ma per affrontarle insieme – debolezze loro, roba di coppia, da affrontare assieme, e lasciarsi alle spalle in due.
F. ha paura di morire. S. ha paura della morte altrui. S. è sempre più o meno malata. F. ha le crisi vacali psicologiche a sentir parlare di malattie.
S. che non ce la fa a fare l’uomo un’altra volta ancora. F. che non ha paura ad ammettere che uomo h24 non può esserlo davvero.

S. poi col lavoro e pure lì coi sogni che non si avverano.
S. che ora sta considerando l’opzione “torno a casa” – che “casa” non sarebbe certo Milano, ma quantomeno sarebbe tutto più vicino.
S. che non sa più la sua “Piccola” dove sta. Pare si sia nascosta molto bene in un angolo scuro che nessuno sa dove sia.
S. alle favole non ci crede più. E neppure al fine lieto, ovvio.

Le fate invece, quelle per qualche ragione, non le ha abbandonate.
Fate bianche e delicate che tieni leggere in una mano. Silenziose si posano sul tuo palmo, candide di neve estiva non emettono suono ne proferiscono parola. Hanno un corpo sottile, e lunghe ali eteree (non trasparenti, ma fatte di bianca organza).
Fate di montagna, sono (chissà se quelle di mare esistono anche loro?)

fairy lightsS. alle favole non ci crede, ma alle fate, a loro sì. Perché da piccola S., quando era Picciola Picciola davvero, lei ne ha tenuta una in mano. Quindi S. che ha ora perso gli strati, sa pure bene che quella fata era bianca e decisamente vera.

Quindi sì, meno strati e niente lieto fine.
Ma le fate e le ali bianche nella memoria, quelle S. ancora non le abbandona.

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