Linda, la nonna (quanto è bello ‘sto nome?)

“I romani veri non dicono ‘aho’. I “burini” quelli sì, ma i romani quelli veri invece no”. La madre lo disse a Piccola S. anni e anni fa. Piccola S. ha sempre creduto alla madre. Lo fa ancora in effetti. Spesse volte crede anche al padre (ma non è detto sia necessariamente così).
Piccola S., Linda e Nonno M.Resta che la mamma di Piccola S. si spostò a Montagnola solo da quasi-ragazzina, ma era da vicino al Ghetto che veniva. Pure Linda, la nonna (e quanto è potentemente bello ‘sto nome?) veniva da lì, con una mamma a sua volta di origine Trasteverina. Il papà di Piccola S., invece, è a San Lorenzo che è nato e cresciuto – il quartiere dei ferrovieri, quello di ancora quasi borgata del poco-dopo-guerra anni ’50 (del Novecento, se uno deve specificare). A San Lorenzo la gente era diversa, poveri molti, ancora a raccattare ceneri e macerie dopo le bombe che cantò pure De Gregori. Anche il dialetto era diverso – Piccola S. ricorda bene le querelles fra madre e padre su come una certa cosa si dice in romanesco vero (è così! – No! Voi a San Lorenzo dicevate così. Noi in centro invece dicevamo coli’!).
Nessuno dei genitori disse o dice mai “Aho”. Dai nonni nemmeno Piccola S. ricorda di averlo mai sentito dire. Tantomeno dagli zii e parentame. Dev’essere evidente, dunque, che “aho” i romani veri non lo dicono (i burini, invece, ecco loro forse sì).
(E’ una cosa importante da dire e rilevare. Ne va dell’immagine dei romani di Roma Vs. quelli che invece no. Ne va della nostra immagine di noi. E pure della storia della lingua dialettale, ché Piccola S. ha dovuto aspettare PPP per cominciare a capire, e a realizzare di non sapere).Piccola S. e la nonna che cuciva

Il papà di Piccola S. era ciccottino da bambino. Dispettoso, portava i calzoncini come tutti i regazzini sanlorenzini. E quando a tavola, a Natale magari, rubava dolci e mandaranci e li metteva nelle tasche, quelle (piene!) sporgevano colpevoli e buffe dal bordo dei pantaloni rivelando il bottino, e non lasciando possibilità alcuna di sgridare il cicciotto Mariu’.
Il papà non è manco mai stato alto: racconta (buffetto) di aver superato il metroessettanta solo quand’era già a militare. Lui però dice pure – e Piccola S. non ha mai avuto difficoltà a crederlo, chissà perché – che nessuno lo offendeva o perculava. “Io me facevo’ rispetta’” forse una volta il padre le spiegò.
Piccola S. c’ha sempre creduto, chissà (di nuovo) perché.
Il papà aveva amici buffi, strani, alcuni manco raccomandabili a dirla tutta. Lui vendeva maglioni stirati (e tirati) a Porta Portese, e pure faceva il sapone d’estate per arrotondare. Andava e messa e giocava a tira’ ‘e monetine contro er muro. Pe’ vede’ chi ‘e faceva rimbarzà più lontane. E quindi chi vinceva.

Il papà di Piccola S. è una persona buona. Lei di questo pure non ha mai dubitato e sa molto bene il perché. Lui ci perde il sonno dietro a quelli a cui vuol bene – cerchia tanto larga da essere ampissima, al punto a volte da far quasi perder di vista quelli che nel dominio degli “amati” al padre stanno più vicino. Lui si fa in quattro per una questione quasi-karmika: ritornare gli aiuti datigli da non più ragazzino e forzatamente non più bambino (ché il nonno non c’era più e toccava un po’ a tutti aiutare), e riseminare i semi buoni ricevuti. Così continua sempre ancora a sostenere e preoccuparsi di tutti (e pure a non dormire).
Una volta, una volta sola, Piccola S. ha visto il padre mettere le mani addosso a uno – al collo, tutte intorno. A stringere stringeva non per tenere ma per soffocare e vendicare – Piccola S. (che piccola non era, e aspettava in macchina e non sentiva, ma pure non perdeva un suono o un respiro nel guardare da lontano) lo sapeva. Stringeva, rabbioso e con finalizzata cattiveria, per non lasciare respirare. La nonna che cuciva e andava al mercato quel giorno, era finita sotto una macchina. Quel collo sotto alle mani, la macchina la guidava – troppo veloce (bastardo!) per fermarsi alle strisce pedonali.
Le mani del padre sono state subito fermate. Tutto è durato un niente, un puro secondo, frazione d’attimo di follia, poi nulla del genere mai più.
Il padre di Piccola S., sia sempre chiaro, è una persona decisamente buona. Lei non ne ha mai dubitato. E su un collo, quelle mani, non ci sono mai più tornate (la nonna poi, in qualche modo, ha ricamminato, anche se i capelli da corvini si fecero bianchi dopo un po’. Ma questa è un’altra storia).

Piccola S. e il padre con la M.

Piccola S., che da piccina appunto era una bambina, non lo sapeva, non se ne accorgeva, ma è cresciuta circondata da alcuni fra i più splendidi nomi femminili.
Adalgisa – Gisa, Gisetta, che cuciva – e Linda – che pure cuciva, e cucinava benissimo ma non lasciava la mamma di Piccola S. imparare per paura dell’imperfezione. E poi Daniela, Anna, Nunzia, Teresa – l’altra nonna, quella bis e bianca bianca che giocava a bellabellapiazza con la manina della Piccola S. quand’era proprio piccina ogni vorta che ‘a pupa arivava e a cui la cataratta aveva preso la vista ma non la voglia di giochi e coccolare. C’era pure una Margherita, da qualche parte, zia che il caffè rinomatamente non lo sapeva fare, ma il nome bello di fiore non glielo potevi levare.
Una classe, processione di nomi di figure, femmine antiche e matrone romane manco troppo ancestrali.
Le circonda, quando Piccola S. ci si mette a pensare, come un profumo di ciambellone. E un’aurea, nastro impalpabile d’aria giallo-arancione che segue e rende visibile di colore il profumo fatto in casa di dolce al limone.
E fa venire voglia di mangiarlo caldo, il ciambellone.

Sara compie 1 anno 1 08 1984

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