Il cuore come misura del tempo

L’invenzione del pendolo determina una svolta nel plurimillenario tentativo di migliorare la misura del tempo.
Per secoli, millenni, anzi a memoria d’uomo, da sempre, la misura di grandi quantità di tempo era stata affidata a quantità sempre crescenti di qualcosa: ad esempio la sabbia nelle clessidre.
Eppure bastava legare una pietra a uno spago, fissarne un estremo a un asse di legno e spingere la pietra.Santa Maria degli Angeli, Roma - Pendolo di Galieo GalileiDa ragazzo, a Pisa, Galilei aveva notato che le oscillazioni dei lampadari nella Cattedrale obbedivano a una incredibile regolarità. E fu infatti uno dei suoi primi lavori quello di costruire un pendolo.
Variando la lunghezza dello spago, Galilei poté costruire un pendolo che batteva come il suo cuore. Se leghiamo un sasso a uno spago lungo un metro e gli diamo un movimento a pendolo, troviamo che il sasso impiega un secondo per andare da un capo all’altro. Ecco perché si dice “batte il secondo”.

Santa Maria degli Angeli, Roma - Ingresso sagrestia, statua di Galieo GalileiGalilei scoprì che, a parità di peso e lunghezza, l’oscillazione dura la stessa quantità di tempo, anche se si usano ampiezze diverse. Ed è così che partendo dal battito del suo cuore – cuore come misura del tempo – Galilei apre all’umanità gli orizzonti nuovi che dovevano portarla ai miliardesimi di secondo.

Santa Maria degli Angeli, Roma - Ingresso sagrestia

Basilica di Santa Maria degli Angeli, Roma

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Lettera superficiale alla sedicenne me

A volte vorrei tornare indietro nel tempo, o affacciarmi dallo specchio dietro alla porta nella mia cameretta romana, e dire alla me stessa sedicenne di non preoccuparsi.
La rassicurerei dandole una carezza, e le sussurrerei che sarà tutto un gran casino, avoja se lo sarà, ma le cose andranno – e anche più o meno bene.

Untitled 1975-80 Francesca Woodman 1958-1981 ARTIST ROOMS Acquired jointly with the National Galleries of Scotland through The d'Offay Donation with assistance from the National Heritage Memorial Fund and the Art Fund 2008 http://www.tate.org.uk/art/work/AR00347Che sarà carina, molto, e che anzi lo è già. Anche se non lo sa e si vede come un obbrobrio infagottato di goffaggine ma che invece non è così. E in un futuro prossimo lo sarà ancora meno.

Che diventerà femminile e femmina, a volte anche troppo.

Che ci saranno uomini che si innamoreranno di lei, che la corteggeranno, che la vorranno sposare o averla per sé. O che la vorranno solo scopare – non farci sesso o portarla a letto, proprio scopare, che è importante come differenza.
Che indosserà vestiti a volte succinti e abiti con scollature, e che a volte lo farà persino con disinvoltura. Che arriverà addirittura a piacersi di tanto in tanto, e per periodi più o meno lunghi di tempo.

Che sarà vegetariana e sarà contenta di esserlo senza rompere le palle a nessuno a riguardo.

Che sarà opinionated ed intelligente senza paura e ne farà un punto a suo favore. Avrà amici stupendi, letteralmente da tutti i continenti, vivrà e lavorerà a Londra e tingerà i capelli a piacimento. Si farà la sopracciglia, avrà la pelle liscia e sempre tanti néi, anzi ancora di più, ma che sorprendentemente smetteranno quasi sempre di essere un problema (perché saprà di essere carina ugualmente).

Non le direi che le mancheranno sempre tanto, troppo i suoi genitori, mamma&papà lontani, e che dovrà combattere tante, troppe battaglie e delusioni, quello no. Non le parlerei attraverso lo specchio per spaventarla ma per rassicurarla e dirle che andrà tutto okay.

Untitled 1975-80 by Francesca Woodman 1958-1981
E anche se ora che ha sedici anni e quel cojone di Martinuzzi non riconosce quanto sia già bella e speciale, e quel professore di filosofia le fa vedere i sorci verdi, e tutto sembra un grosso buco nero, e lei si vergogna di girare per i corridoi a scuola e porta sempre una felpona legata intorno alla vita per nascondere fianchi e culo perché “io non ho un bel sedere”, ecco le direi che tutto questo un giorno non conterà più. E lei porterà tacchi e rossetto rosso e smalto, e parlerà in inglese tutt’altro che stentato davanti a chiunque, e andrà a feste strane, vedrà facce nuove, sentirà cose inaudite e impensate e manterrà sempre quel super sorriso.
Anche se a volte sarà triste e ombrato, o nasconderà onde alte sotto la superficie piatta, quel sorriso ci sarà sempre e spesse volte le spianerà la via.

E lei si definirà colorata nei colloqui di lavoro, spiegando che tutto è tranne che una persona piatta o che passa inosservata.
Perché non lo è. E non lo è mai stata e non cercherebbe di esserlo mai più.

Le direi tutto questo e molto di più. Anzi invece no, mi fermerei qui. Per lasciarle la sorpresa e perché prepararla non servirebbe, se non forse a cambiarla. E Piccola-S.-da-grande non vuole più poi tanto cambiare. Tutto il successo e il successivo hanno fatto questo di Piccola-S-sedicenne: colorata e lo sa, “un miracolo col rossetto rosso” (dice l’amica con la A.) e che quasi sempre cammina a testa alta, sorride e, nonostante i difetti, ogni tanto si ama persino un po’.

Vai tranquilla piccolina. Non sei (già) niente male. E in un futuro quasi prossimo andrà tutto, in qualche modo, bene.

(Ti voglio bene – S.)

Untitled 1975-80 by Francesca Woodman 1958-1981

All the joy there is in life

He talked and talked – I said something, but he did not know that I had. He talked – I found myself absent-minded, then with my attention half on what he said, realized I was listening for the world I in what he said. I, I, I, I, I – I began to feel as if the word I was being shot at me like bullets from a machine gun. For a moment I fancied that his mouth, moving fast and mobile was a gun of some kind. I broke in, he didn’t hear, I broke in again, saying: “You’re very well-educated about children, have you been married?” He started, his mouth was slightly open, he stared. Then the loud, abrupt laugh: “Married, who are you kidding?” It offended me, it was so clearly a warning to me. This man, warning me, a woman, about marriage, was quite a different person from the man compulsively talking, compulsively spinning out intelligent words (but punctuated every second by the word I) about how to bring up a small girl to be a “real woman”, and quite different again from the man who had undressed me with his eyes on the first day. I felt my stomach clench, and for the time I understood that my anxiety state was due to Saul Green. I pushed aside my empty coffee cup, and said it was time for my bath. I’d forgotten how he reacts, as if he’s been hit or kicked, when one says one has something else to do. For he again scrambled off his chair as if he had been ordered. This time I said: “Saul, for the Lord’s sake, relax.” An instinctive movement towards flight, which he controlled. The moment of his self-control was a visible physical struggle with himself in which all his muscles were involved. Then he gave me a charming shrewd smile and said: “You’re right, I guess I’m not the most relaxed person in the world.” (…) Lay in the bath, clenched up with every sort of apprehension, but watching the symptoms of an “anxiety state” with detachment. It was as if a stranger, afflicted with symptoms I had never experienced had taken possession of my body. Then I tidied the place up and sat on the floor in my room, and tried “the game”. I failed. It then occurred to me I was going to fall in love with Saul Green. I remember now I first ridiculed the idea, then examined it, then accepted it: more than accepted it – I fought for it, as for something that was my due.

 

(…) This evening, sitting opposite to me, he said: “I have a friend back home. Just before I left to come to Europe he said to me that he was tired of affairs, of getting laid. It gets very dry and meaningless.” I laughed and said: “Since your friend is so well-read, he must know this is a common condition, after too many affairs.” He said, quickly: “How do you know he is well-read?” The familiar jarring moment: first because it was so obvious he was talking about himself, and at first I thought he was being ironical. Then, because he jerked into himself, all suspicion and caution, as over the incident with the telephone. But worst of all because he didn’t say: “How did you know I was well-read?” but “he was well-read”, and yet it was clearly himself. He even, after the quick warning stare at me, looked away as if staring at someone else, at him.

(…) Later he came back to the “friend”. Just as if he had not mentioned him before. I had the feeling he had forgotten talking about him, only half an hour before. I said: “This friend of yours” – (and again he looked into the centre of the room, away from us both, at the friend) – “does he intend to give up getting laid, or is it just another little impulse towards self-experiment?”
I had heard the emphasis I had put on the words getting laid, and I realized why I was sounding irritable. I said: “Whenever you talk about sex or love you say: he got laid or they got laid (male).” He gave his abrupt laugh, but not comprehending, so I said: “Always the passive.” He said, quickly: “What do you mean?”
“It gives me the most extraordinary uneasy feeling, listening to you – surely I get laid, she gets laid, they (female) get laid, but surely you as a man don’t get laid, you lay.”
He said slowly: “Lady, you surely know how to make me feel a hick.” But it was the parody of a crude American saying: You surely know how to make me feel a hick.
His eyes gleamed with hostility. And I was full of hostility. Something I’ve been feeling for days boiled up. I said: “The other day (…) you described yourself as the original puritan, Saul Galahad to the defense, but you talk about getting laid, you never said a woman, you say a broad, a lay, a baby, a doll, a bird, you talk about butts and boobs, every time you mention a woman I see her either as a sort of a window-dresser’s dummy or as a heap of dismembered parts, breasts, or legs or buttocks.”
(…) “I supposed this is what you call being a square, but I’m damned if I see how a man can have a healthy attitude to sex if he can’t talk about anything but butts and babies being stacked or packed and so on and so on. No wonder the bloody Americans are all in trouble with their bloody sex lives”.
After a while he said, very dry: “It’s the first time in my life I’ve been accused of being anti-feminist. It’d interest you to know that I’m the only American male I know who doesn’t accuse American women of all the sexual sins in the calendar, do you imagine I don’t know that men blame women for their inadequacies?”

Well, and of course that softened me, stopped my anger. We talked about politics. For on this subject we don’t disagree.
(…) I was able for the first time to joke with him, so that his laugh wasn’t defensive. He wears his new blue jeans, new blue sweater, sneakers. I told him he should be ashamed to wear the uniform of American non-conformist; he said he wasn’t adult enough yet to join the tiny minority of human beings who didn’t need a uniform.

I am hopelessly in love with this man. Continue reading

Mimosa (International Women’s Day)

24 February 2016, Punjab – Pakistan

A flame flickered briefly at the end of February, giving hope to the thousands of women subjected to domestic violence who currently have nowhere to turn.
The Protection of Women Against Violence Bill passed the Punjab provincial legislature unanimously on February 24, after about nine months of opposition.
The legislation criminalizes domestic, emotional, psychological, verbal and economic abuse, as well as stalking and cybercrime.
It would establish a 24-hour domestic abuse hotline, a network of shelters or safe houses where women could take refuge and receive basic medical aid and counseling for physical and mental abuse. The law effectively mandates intervention by local authorities on behalf of abuse victims — and penalties for offenders.

CBS News, March 7th 2016

Some have claimed the Bill could be a game changer…

Pakistan’s Council of Islamic Ideology, a committee comprised of Islamic scholars that regularly advises the government on the compliance of laws with Islamic values, has declared the Women’s Protection Act un-Islamic.
In a press conference last Thursday, council chairman Muhammad Khan Sherani demanded the bill be handed over for a formal review.
“It is unacceptable,” he said. “The law seems to have the objective of pushing women out of the home and to increase their problems.”
(…)
Others who have joined the fight to block the bill complain that it violates men’s rights and dignity. Some have labelled it a secular move driven by a western conspiracy.”

CBS News, March 7th 2016

Today’s the International Women’s Day. Which is not about nice pictures, hot male-strippers’ dances, women going out with their girl-friends to get drunk (and laid).
Or it shouldn’t be.
At least, just because in most countries of the world, women can’t do that. As many other, fundamental things. Including leaving their home if their husband abuses them, or denounce a rape.

Happy International Women’s day, then.
To us, who can celebrate it. And to those who can’t (and may never can).

Mimosa_4

David che se ne è andato da poche ore

“Heroes” è semplicemente una di quelle canzoni. Quei pezzi che fanno semplicemente parte di me. Come pure “Just dance” e ovviamente “Space Oddity” e tutto “Ziggy Stardust” e “Hunky Dory” e perle, gioielli più o meno noti che ho sparsi dentro di me – e nella storia di me. Per non parlare di “Labyrinth” poi, e di Sarah che prima condanna ma poi salva il fratellino, cammina in un mondo di fiabe e si innamora ma anche no del Re degli Gnomi. Anche io, da Picciola S., mi ero innamorata ma anche no del Re degli Gnomi (e chi non, e come non?).
“Heroes” dicevo è semplicemente una di quelle canzoni. La prima in effetti, in cui per la prima volta ho ricevuto quelle prime parole. Due per la precisione.
Che rimbombano ancora dentro seppur lontane, insieme alla gioia infinita che avevo provato nel sentirle dire. In quel Pandino blu scuro, sussurrate di sera con un po’ di imbarazzo dopo una giornata trascorsa vicino al mare. Dopo che altra musica c’era stata, gli Anathema (haha) e i Morphine con “Candy” pure.
Ma “Heroes” ecco quella resta particolarmente speciale.
Heroes cover

Ho realizzato, anche, che non ricordo dell’ultima volta in cui ho pronunciato, sentendole, quelle due parole. Curioso davvero (e un po’ triste pure).
Resta vivo tuttavia il ricordo delle prime. Non delle seconde, ma ricordo invece quando mi furono strappate un’altra sera, anni dopo, da un mazzo notturno di girasoli.
Non c’era musica quella sera. Ma se dovessi scegliere una canzone, sarebbe ovviamente “Sunflower” ed è ai Low che la farei suonare.

Quando la Madre con la S. era giovane, l’inglese si parlava ancora meno di oggi in Italia. E lei ascoltava Bowie, i suoi colori, capiva i testi, imparava le parole.
Una volta la Madre con la S. mi disse che è grazie a lui ed alle sue canzoni che ha iniziato ad imparare davvero l’inglese e che “per fortuna cantava in un’atra lingua così Nonna (quella Linda) non capiva le parole, sennò col cavolo che m’avrebbe permesso di ascoltare certe canzoni!”.

David B. se ne è andato da poche ore (ché ancora sono solo ore, meno di quarantotto credo, quasi da contarle sulle dita di una mano). E io sono triste come molti altri, e incredula ancora.
Sembra come se qualcuno di famiglia, un parente lontano, sia andato via. Lasciando un vuoto, una sagoma ritagliata di un cartone animato colorato uscito di scena alla maniera dei Looney Tunes, solo però per non tornare più.

(Ma in fondo ha ragione chi ha scritto ieri di non esser tristi tuttavia: col mondo vecchio di miliardi di anni, ci è capitato di fare un giro quando anche Bowie era di passaggio. Tanto male, allora, non si deve stare).

D.B.

Guerra e fate

“La verità vera è che Piccola S. ha perso gli strati.”
S. ha scritto così poco tempo fa.
S. che parla della Piccola S., incantanta dal mondo e che lo divora a morsi giorno dopo giorno, e che ora non c’è più.
S. che non ha neppure paura, perché sente di non avere posto neanche per quella.

La guerra – e se tutto questo casino di presunti religiosi invasati e governi che usano scuse più o meno segrete per controllare quello che controllare non sembrano, portasse davvero alla guerra? La guerra quella vera, del cibo che non c’è, del buio costante, delle bombe nel metrò sempre, e del coprifuoco tutte le sere. Che ne sarebbe della musica e delle foto? E dei concerti e dell’arte e delle mostre? E del vino buono e delle serate passate e casa a cucinare per…?
La guerra come quella della ex Yugoslavia, quella che Piccola S. guardò atterrita in tivvù quando era davvero bambina, riconoscendo fra i volti spauriti di bimbi e madri senza casa le stesse facce e gli stessi colori che avrebbero potuto esser volti della sua scuola. O del suo quartiere. Quello la spaventò tanto di quella guerra allora: la vicinanza e la similitudine con ciò che conosceva. L’“a portata di mano” che tanto pietrificava. Non era guerra africana al di là del continente e del mare, non c’erano volti dai colori scuri che Piccosa S., cresciuta in una Roma in cui lo scuro di pelle ancora quasi non c’era, non sentiva familiari e vicini.
E se quella guerra arrivasse davvero? Che ne sarebbe di S. e della sua vita? E dei suoi sogni (se ce ne son rimasti ancora) e della sua in qualche modo rassicurante routine?

buioLa guerra cancellerebbe via gli strati, anche quei pochi rimasti. Le libertà andrebbero via tutte, che ovvio non può esserci libertà in guerra ma solo rigore e disciplina (per controllare la paura). Non ci sarebbero candeline per i compleanni, o torte neppure. Niente cuscini per i letti, ne belle lenzuola profumate con le api e i fiori disegnati insieme. Niente coccole o niente pizza o risotto alla zucca. Niente viaggi ne passaporti Europei che aprono la via.

La guerra porterebbe via tutto.
S. ha paura che la guerra possa accadere.
Il che è buono, in un senso: mostra che S. ancora ha qualcosa da temere.

Lei ha paura per la madre e il padre. E per il fratello-amico, ovvio, pure.
Per gli amici, oddio, per loro lei teme sempre.
S., stranamente, non ha paura di morire.
S., come sempre, è la morte altrui che teme.
E quella dell’anima pure, sì.
La morte dell’anima che ti lascia solo guscio vuoto senza occhi per guardare, ma solo due buchi in faccia per vedere. Quella di cui parla Levi, per capirci.
La morte della vita, e la vita della sopravvivenza nuda e scheletrica.
La morte dell’entusiasmo e dell’appetito per il mondo.

S., tornando egoisticamente a sé, sente ‘sto periodo che un pezzo di lei è morto. O spento, comatoso, almeno.
La Madre con la S. le domanda se quegli strati che ha perso potrebbero ritornare. “Forse – dice lei – ma ora sono stanca. Mi devo riposare”.

Sono stati gli anni di F. a frantumarla, sì. E la fuga da lui che è servita a tanto, inclusa a portarla a Londra, ad appesantirla.
E gli anni con D. pure, a stralciarla. D. che non poteva essere l’uomo fra loro due, perché era una mamma che voleva, e allora S. ha portato troppi pantaloni per entrambi – senza godere mai dei vantaggi che l’essere uomo ha.
I infine mesi di E. ad annichilirla.
Tanto, troppo, al punto che ora il nuovo F. non sembra neppure abbastanza. Lui che non ha paura di mostrare le proprie debolezze e di dirle a lei, non per buttargliele in faccia e schiacciarla, ma per affrontarle insieme – debolezze loro, roba di coppia, da affrontare assieme, e lasciarsi alle spalle in due.
F. ha paura di morire. S. ha paura della morte altrui. S. è sempre più o meno malata. F. ha le crisi vacali psicologiche a sentir parlare di malattie.
S. che non ce la fa a fare l’uomo un’altra volta ancora. F. che non ha paura ad ammettere che uomo h24 non può esserlo davvero.

S. poi col lavoro e pure lì coi sogni che non si avverano.
S. che ora sta considerando l’opzione “torno a casa” – che “casa” non sarebbe certo Milano, ma quantomeno sarebbe tutto più vicino.
S. che non sa più la sua “Piccola” dove sta. Pare si sia nascosta molto bene in un angolo scuro che nessuno sa dove sia.
S. alle favole non ci crede più. E neppure al fine lieto, ovvio.

Le fate invece, quelle per qualche ragione, non le ha abbandonate.
Fate bianche e delicate che tieni leggere in una mano. Silenziose si posano sul tuo palmo, candide di neve estiva non emettono suono ne proferiscono parola. Hanno un corpo sottile, e lunghe ali eteree (non trasparenti, ma fatte di bianca organza).
Fate di montagna, sono (chissà se quelle di mare esistono anche loro?)

fairy lightsS. alle favole non ci crede, ma alle fate, a loro sì. Perché da piccola S., quando era Picciola Picciola davvero, lei ne ha tenuta una in mano. Quindi S. che ha ora perso gli strati, sa pure bene che quella fata era bianca e decisamente vera.

Quindi sì, meno strati e niente lieto fine.
Ma le fate e le ali bianche nella memoria, quelle S. ancora non le abbandona.

Boom! e contraddizioni

Le contraddizioni sono una cosa interessante. Perché inaspettate. Come il caso. Lo stesso di cui parla Kundera trattando dell’essere e della sua insostenibile leggerezza.
Le contraddizioni, dicevo, sono interessanti in quanto inaspettate. Credi che l’evento A arrivi e invece, Boom!, ecco non-A, il suo contrario ed opposto, nient’affatto concorde.
(Bello poi come proprio in tale contrasto qualcuno secoli fa riuscì a vedere un’armonia essenziale).
Non-A arriva (ché non è certo B l’opposto, quello semmai è il conseguente, o un’altra cosa semplicemente) come un cazzotto nell’occhio o un pugno nello stomaco.
Ti aspetti, ad esempio, che A. sia sicura e straightforward come appare, e poi ti spara in faccia paure che ricordano le tue tardo-adolescenziali (e vorresti tanto dirle, ad A., che anche tu pensavi proprio lo stesso, cosi così come fa lei, e anche tu come lei avevi tanta paura che ti si togliesse di dosso, da sotto i piedi, la terra che tanto faticosamente hai racimolato e compattato, e quindi no, non si deve preoccupare, che a lei non lo faresti mai, anzi col terreno sotto i piedi la faresti solo volare come Aladino la sua principessa usando il tappeto fatato).
Ti aspetti, continuando con la lista, che l’avocado, in quanto frutto, sia dolce e succoso. Invece è d’una pasta molle ed allapposa che è fatto (si dice “allapposa” in italiano? Il correttore di word dice di no, ma chissà, ecco, magari ha senso uguale). Sta bene con pomodori ciliegia e feta sbriciolata, magari anche con una punta di pepe e un tocco di scorza di limone grattata.
Anche il limone non è dolce, eppure sempre frutto è. Le arance sono della stessa famiglia dei limoni, ma quando son tarocche o fortemente sanguinelle, allora ad ogni spicchio il dolce si sprigiona in bocca e arriva, sparato, fino al cuore.
Lista di contraddizioni, ancora.
C. è alta ed intelligente ed assertiva, porta i capelli rosso pel-di-carota ora – in passato erano aragosta addirittura. Prima ancora, dice, ha provato mille altri colori, dal nero corvino al fucsia al, forse, pure arancione. O corti cortissimi, ossigenati al punto da diventare bianchi, pare.

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A modern fairytale for women (on Tinder)

Girl meets boy. Girl travels the world with boy. Happiness ensues.
Tinder’s ad for the paid version of its dating app, Tinder Plus, follows one woman as she travels to some of the most romantic locations with her new online beau. (…) Dating in the digital age, it is safe to say, is certainly different than what our parents experienced. One minute the heroine’s at a football match in London’s Wembley Stadium, and the next thing you know, she’s in front of the Louvre in Paris.

How Tinder Told the Thoroughly Modern Tale of a Woman Swiping Right Around the World – Ad Week, 17 August 2015

One could wonder whether a girl cannot travel alone without a man around her.
Or, if you want to think positive, whether a girl (or a human being in general?) cannot travel without love.
I personally like the second interpretation better.

The video also aims to combat the perception that Tinder is losing favor with women. “We’ve heard about women having great experiences on Tinder every day,” Guen insists, noting that nearly half the app’s user base is female. “We wanted to amplify this.”
Message received.

How Tinder Told the Thoroughly Modern Tale of a Woman Swiping Right Around the World – Ad Week, 17 August 2015

(Nonethelesse, I’d rather travel without Tinder).